Recensione: Pantera, di Stefano Benni

Pantera copertina

Verde que te quiero verde.

Verde viento. Verde ramas…

Compadre, quiero morir.

Verdi i biliardi dell’Accademia dei Tre Principi; isole per un’umanità triste, laghi di smeraldo, tombe di disperati. Verdi gli occhi di Pantera; freddi, taglienti; lame di spada.

Una fiaba urbana magica e crudele, questo è “Pantera”; uomini alla deriva che riempiono le ore tra alcool, fumo e gioco, visti con gli occhi di un quindicenne. Un narratore per lo più onnisciente, attratto da quel mondo, ma irrimediabilmente candido e curioso, troppo vitale per farne parte. La sua ricchezza interiore, l’empatia e la cultura, nonostante il degrado in cui vive, ne fanno forse il personaggio più bello e meno realistico del libro.

L’uso di similitudini e individui dall’aspetto grottesco, seppure con personalità estremamente umane, sollevano un velo fiabesco su degrado e rozzezza, al punto da rendere bello il brutto e viceversa; questa inversione di prospettiva è presente in tutto il libro, rendendolo piacevole e peculiare. Uno stile del genere è un degno coronamento del surrealismo di Benni, che con “Pantera” sembra essere riuscito a portare il suo mondo in una dimensione più reale e quotidiana, più “accessibile” alla mente dei lettori.

Il sofferto realismo dei personaggi di “Pantera” si attenua in “Aixi”, la seconda storia, cedendo il posto a personalità più stereotipate e meno sfaccettate. Curioso è che le prime pagine sono costellate di fantasie su animali parlanti, mentre per il resto della narrazione il dialogo è sostituito da soliloqui della protagonista, come se l’autore avesse cambiato idea a metà strada. Entrambe le storie vantano comunque una grande e coinvolgente originalità, accentuata da vari dettagli tecnici e sociali distribuiti ad arte. L’aggiunta di citazioni di poeti e letterati, poi, aggiunge una poeticità raffinata al libro, che predispone il lettore ad apprezzare meglio il particolare senso del bello benniano.

Chiara Tremaroli