Recensione: Moshi Moshi, di Banana Yoshimoto

Moshi moshi Yoshimoto

Un regista ormai scomparso e che amavo molto, Ichikawa Jun, ha girato un film dal titolo Zawa zawa Shimokitazawa. E’ un film che ho guardato non so quante volte a casa dei miei, sola e a notte fonda, quando cercavo il coraggio per trasferirmi a Shimokitazawa. Volevo che il mio corpo assorbisse Shimokitazawa: solo allora mi sarei sentita sicura.

La sicurezza arriva presto: una notte, nel bosco di Ibaraki, il padre della protagonista viene trovato morto insieme ad una donna misteriosa. Tante domande, poche risposte ed una vita distrutta per una moglie ed una figlia. Ma da una fine può sbocciare un nuovo inizio: e quale miglior posto per raccogliere gli scampoli di una vita passata e cucirli su un nuovo presente, se non la calda, disordinata e poetica Shimokitazawa? Il percorso di due donne, unite nel dolore e nel desiderio di rivalsa, incorniciato dalla squisita quotidianità locale, accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina del libro.

Yoshimoto si serve di un tratto tipicamente orientale per creare un mondo di odori, sapori e dettagli: Attraverso le frasi eleganti, la filosofia dei dialoghi e la vaghezza delle descrizioni il lettore è subito avvolto in un’atmosfera da caffè, dividendo l’attenzione tra la fragranza di un’insalata ai cereali e la fragilità di un animo ferito.

Dalla penna dell’autrice traspira l’importanza della contemplazione delle piccole cose, del piacere di ritagliarsi un momento per se; tuttavia, l’interesse verso i dettagli non è bilanciato da una trama scorrevole, difetto piuttosto comune nella letteratura orientale. In particolare Yoshimoto si serve costantemente di antefatti eclatanti, sconvolgenti, come pretesto per giustificare gli stati d’animo che vuole descrivere. L’impressione è che l’autrice non abbia un vero interesse per i cambiamenti concreti nella vita dei suoi personaggi, preferendo soffermarsi sulla descrizione del dolore lenito dalla bellezza del quotidiano.

In questo modo, con l’avanzare delle pagine, diventa sempre più difficile seguire il percorso di miglioramento personale della protagonista, che da quanto si evince dovrebbe essere lineare e sempre più luminoso. In realtà, sembra più che questa giri continuamente su se stessa, senza arrivare a nessuna conclusione logica.

Moshi moshi è un libro in cui perdersi e rilassarsi, l’ideale per accompagnare una tazza di tè e pasticcini; che si arrivi alla fine o meno è indifferente, la conclusione della storia aggiunge poco all’intreccio.

Chiara Tremaroli