Recensione: Il gioco di Ripper, di Isabel Allende

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Presto San Francisco annegherà in un bagno di sangue. Così profetizzò Celeste Roko. Astrologa televisiva. Madrina di Amanda. Venti giorni dopo, il corpo del custode notturno Ed Staton giace supino sulla cavallina di una palestra scolastica. E’ solo il primo della serie di omicidi su cui Amanda Martìn, aiutata dal suo circolo di giocatori di Ripper, inizia ad indagare. Vittime con passati diversissimi e legami apparentemente inesistenti affollano l’orbitorio; pochi indizi riportano ad un serial killer comune. Una lunga mano che striscia silenziosamente nella città. Ed è vicina, pericolosamente vicina ad Amanda.

Ne “Il gioco di Ripper” la Allende sperimenta il suo primo romanzo giallo, con evidente impaccio. La narrazione pervasa di esoterismo, finora tratto distintivo della scrittrice, ha qui ceduto il posto ad una descrizione incentrata sul corpo e la sessualità, con una sovrabbondanza di dettagli tale da far pensare che lo stile è decisamente regredito dalle sue prime opere. Abbandonata l’ambientazione sudamericana a lei così congeniale, l’autrice incespica, smarrisce la trama nella valanga di informazioni che dovevano, invece, guidarla nel territorio straniero, e che riempiono gran parte del libro. Il risultato è che la trama vera e propria, per quanto avvincente e ben studiata, è concentrata in poche decine di pagine, mentre la gran massa del romanzo è un’esposizione interminabile di notizie sugli USA e sul passato di tutti i personaggi. Notizie che, alla fine, non sono utili ne per delineare meglio i caratteri, ne per identificare il colpevole.

Capire chi sia l’assassino prima della spiegazione finale è, tra l’altro, impossibile per il lettore, perché questo dimostra di non conoscere un’informazione che lo riguarda personalmente in quanto colpevole; nella vita reale, sarebbe plausibile una menzogna per sviare i sospetti, ma trattandosi di un romanzo questo dettaglio è da considerare, a mio parere, un grave errore.

“Il gioco di Ripper”, insomma, parte da una buona trama di fondo, per poi sommergerla di descrizioni e nozioni che superano di molto la soglia di concentrazione del lettore. Il mio giudizio è che il libro non vale quello che costa, ma se qualcuno desiderasse leggerlo comunque, consiglio di saltare la prima metà delle pagine, non perderà niente di particolarmente importante.

Chiara Tremaroli