Recensione: Evelina e le fate, di Simona Baldelli

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Evelina amava alzarsi sempre prima di tutti, in famiglia, per godere del silenzio dell’alba alla finestra. Fu così che, una mattina d’inverno, vide arrivare gli sfollati, come mucchi di neve dai quali spuntavano, mano a mano, pezzi di corpo. Con questo incipit la scrittrice introduce la vicenda che segnerà la vita di Evelina, allora bambina di cinque anni, sullo sfondo della seconda guerra mondiale e del suo epilogo. La narrazione si svolge in un ambiente familiare, semplice, attraverso lo sguardo a tratti inconsapevole, a tratti lucidissimo della protagonista, la quale viene caratterizzata da grande maturità e sensibilità, come una persona che deve crescere in fretta ma non dimentica di essere, prima di tutto, bambina.

Simona Baldelli, con il suo stile asciutto ed insieme figurato, combinazione non comune e decisamente gradevole in un libro, narra vicende di per se cruente, che tuttavia, attraverso la visione “deformata” di Evelina, si lasciano alle spalle gran parte della loro crudezza e perdono a tratti i contorni reali per acquistare fattezze oniriche, in quella sorta di dimensione ovattata e agrodolce che è spesso l’infanzia. Da questo mondo, fuso con tradizioni e aneddoti del pesarese, nascono le fate; per Evelina numi tutelari del suo casolare, per altri messaggeri di sventura.

Le fate rappresentano un tratto distintivo e fondamentale del libro; sono un sostegno ai personaggi, che di fatto non si sentono mai completamente soli, ed una guida, necessaria per comprendere la vita da diversi punti di vista. Nel caso della protagonista, due sono le fate di riferimento: la Nera e la Scèpa. La prima invita alla serietà, alla riflessione, e veglia come una matrona sulla sua famiglia; la seconda incarna l’ilarità e l’allegria, anche se non c’è niente per cui ridere. Insieme sembrano voler dire che è sempre necessario valutare gioia e tristezza nella propria vita, senza dimenticare né l’una né l’altra, dacché entrambe sono indispensabili per crescere ed avere un’esistenza completa.

Ma soprattutto, le fate sono prodotti della fantasia, una fantasia che esce dai confini della mente e si intreccia indissolubilmente con la dimensione reale, completandola. Questo parrebbe significare che la realtà non è puramente concreta; se si è liberi da pregiudizi, può sempre capitare di vedere qualcosa di magico.

L’opera è il primo romanzo di Simona Baldelli, ed è stato segnalato come finalista del premio Calvino 2012.

Chiara Tremaroli

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