Recensione: E l’eco rispose, di Khaled Hosseini

E l'eco rispose imm

“Allora, se volete una storia ve la racconto. Ma una sola. Non chiedetemene poi un’altra, né tu né lui.”

Il libro comincia con una fiaba; una storia fantastica di contadini e demoni, dell’amore di un padre e di una dolorosa separazione. La stessa che proverà Abdullah due giorni dopo, quando suo padre venderà la sorellina ad una ricca coppia di Kabul. Da questo momento in poi la narrazione si spezza, perde la continuità spaziale e temporale, e le vicende di Abdullah non verranno quasi più trattate; altri narratori si impongono, con le loro vite ricche e drammatiche, le cui vicende si intrecciano legando gli uni agli altri. Si potrebbe pensare al filo logico del romanzo come ad una ragnatela, nella quale l’unione dei singoli filamenti genera la delicata e contorta struttura di sostegno su cui si muovono i personaggi.

La vicenda iniziale funge da evento scatenante, provocando infatti una serie di ripercussioni nelle vite dei vari protagonisti; alcuni risultano più coinvolti, altri meno, di tutti viene narrata l’esistenza trascorsa in funzione delle scelte, proprie e altrui. Hosseini si sofferma molto su quest’ultimo tema, già lievemente accennato nei due romanzi precedenti; attraverso il suo consueto stile descrittivo, pieno, denso di suggestioni, mette in luce la casualità e l’imprevedibilità della vita, la quale, per quanto possa essere condizionata e diretta da scelte consapevoli (ognuno è artefice del proprio destino, dopotutto), riserva sempre prospettive inaspettate.

Un elemento di grande importanza, sull’onda del penultimo libro “Mille splendidi Soli”, è la figura della donna, in particolare della madre; nella narrazione Hosseini tende a trattare con una certa imparzialità tutte le situazioni familiari ed umane, ad eccezione di quelle normali, ma il tema citato merita un’attenzione particolare: il ruolo materno, incarnato principalmente nei personaggi diametralmente opposti di Nila e Odelia, propone un modello di donna dalla volontà ferrea, grandioso tanto nel bene quanto nel male. Si tratta di madri indipendenti, dotate di una grande personalità, di fronte alle quali un figlio si sente disorientato, quasi oppresso. In poche opere è altrettanto chiaro il sentimento misto di ammirazione, rispetto e muto rimprovero che un individuo può riservare al proprio genitore, ad una madre che conosce talmente a fondo da dover prendere atto che non sarà mai possibile comprenderla appieno.

Il libro, nella sua interezza, è scritto in modo piuttosto teatrale, non troppo veritiero, ma di notevole effetto coinvolgente. La narrazione inizia con una fiaba per bambini, e curiosamente non ne propone più altre per tutta la durata della trama, come se la vendita della piccola Pari avesse fatto perdere al mondo tutta la sua magia, come un peccato originale che scopre il male di vivere sulla Terra. Difatti, tutti i personaggi trattati successivamente hanno le loro colpe, già commesse o che commettono durante l’intreccio, e spesso piangono i loro errori. L’autore stavolta non ha voluto creare un cattivo assoluto, un personaggio deplorevole da far odiare come negli altri suoi libri, ma ha introdotto invece una serie di figure tormentate dai propri errori, ognuna con elementi positivi e negativi, un po’ ipocrite ed umanissime.

L’opera non eguaglia le due precedenti, principalmente perché l’autore si discosta dallo stile prettamente realistico che aveva mantenuto da allora, tuttavia possiede una bellezza ed una poesia innegabili, e merita certamente di essere letto.

Chiara Tremaroli

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