Recensione: Apprendista per caso, di Vikas Swarup

Apprendista per caso foto

Sapna lavora in un negozio di elettrodomestici a Delhi. Ha una madre ed una sorella da mantenere, una seconda sorella morta da rimpiangere ed un impiego che non le offre gli sbocchi che desidera.

La comparsa di un bizzarro multimilionario nella sua vita però giunge come un fulmine a ciel sereno: l’uomo è in cerca di un erede per il suo impero industriale, ed intende darle l’opportunità di diventare amministratore delegato, l’occasione della vita, a patto che superi sette test preparatori. Il candidato non potrà sapere in cosa consistono le varie prove; non potrà ritirarsi di sua iniziativa; non potrà parlare dei test a nessuno. E’ previsto un anticipo in contanti in caso di accettazione alla candidatura; e Sapna ha un disperato bisogno di soldi.

La trama prosegue in funzione delle sette prove, prove di vita, che spingono la protagonista ad osservare tutti i principali problemi dell’India moderna: polizia corrotta, lavoro minorile, commercio d’organi, diseguaglianza di ricchezze. Finché, con il settimo test, si avvia verso il rocambolesco finale.

Swarup si è servito di uno stile incredibilmente diretto e coinvolgente; usando la narrazione in prima persona ed il tempo presente, ottimo presupposto per l’identificazione del lettore con il personaggio, ha inventato una storia estremamente dinamica e ricchissima di azione, se non sovrabbondante. Con l’ausilio di frasi semplici ma ben scritte, nonché di una grande padronanza del discorso diretto, lo scrittore ha costruito una trama molto fluida, che si legge con tale facilità da scivolarvi quasi sopra. Swarup ha chiaramente compreso i meccanismi di scrittura e lettura, e li impugna con grande disinvoltura, se non furbizia, per accattivare il pubblico. Notevole l’abilità di interpretare la coscienza di un protagonista femminile, nonostante l’autore sia un uomo, segno che quest’ultimo possiede solide basi letterarie e stilistiche.

Tuttavia, è proprio in funzione di questa narrazione così scorrevole che si notano errori molto gravi nell’intreccio: lo scrittore si è talmente concentrato sul colpo di scena da piegare completamente la trama a questo scopo; la successione di eventi che ne deriva è così estremamente innaturale ed improbabile. La protagonista fa sempre la scelta giusta, incontra solo le persone giuste al momento giusto, ragiona unicamente nel modo più comodo per creare aspettativa nel lettore, anche se questo discorda da ogni forma di buonsenso. Più l’aspettativa cresce, meno la trama è realistica; il punto più basso, quindi, a mio giudizio non può che essere il finale, il punto in cui il mistero si svela ed il cattivo esce allo scoperto: si tratta di un elogio allo stereotipo dello psicopatico, una figura che sembra essere stata creata unicamente per impressionare il pubblico per la sua insospettabilità, e non per una qualsiasi forma di ispirazione letteraria dell’autore.

L’impressione che il romanzo fornisce, dunque, è quella di un lavoro prettamente commerciale, nel quale Swarup ha prontamente sfruttato le sue conoscenze per creare, senza eccessivo sforzo, una storia che si adeguasse ai gusti di un lettore abituato alla televisione ed al susseguirsi frenetico di fatti e suggestioni. Personalmente, ritengo il libro accattivante, ma lo sconsiglio a chiunque preferisca la letteratura al grande schermo.

Chiara Tremaroli

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