L’ultimo rigore

Calcio

La folla mi guarda e si contorce sugli spalti. Sembrano centinaia di formiche in attività. Da un lato, li sento gridare per incitarmi; dall’altro mi arrivano fischi da pastore, versi di riprovazione, e sicuramente ingiurie. Quelle, per fortuna, non riesco a sentirle; le parole si mischiano tutte in un’unica, incessante eco; che mi dice “…sbagliaa…sbagliaa…sbagliaa…”.

Di solito non li noto nemmeno; l’attenzione la do tutta al pallone, al movimento delle mie gambe, al giocatore di fronte. Mentre scarto un attaccante, mentre corro, tutto il vociare indistinto mi fa l’effetto della pioggia sui vetri: ritmico, monotono, rassicurante.

Ma ora no; ora li sento. A sinistra dicono che non posso sbagliare, a destra che non devo riuscire; non c’è più nessun ritmo, nessun gradevole insieme. I due cori mi entrano nelle orecchie e si azzuffano nel cervello; mi viene quasi un capogiro. E’ meglio far presto, prima di perdere la concentrazione.

Poso il pallone sul dischetto, ma senza fretta. Bisogna alimentare l’aspettativa; è una questione di spettacolo. Difatti, lo stratagemma ottiene subito l’effetto che volevo: i cori diminuiscono di intensità; man mano che mi allontano, di uno, due, tre passi, vanno scemando sempre più. Fino a svanire quasi del tutto.

Ora sono in posizione. Aspetto il via, e mi concentro; fisso il portiere. Fisso le sue mani; il movimento delle anche. Cerco di capire da che parte poggia di più il peso del corpo: sarà la direzione in cui si tufferà, tra poco. Non riesco a capirlo, purtroppo.

Anche il portiere mi fissa; ma sono sicurissimo che neanche lui sa in che direzione tirerò. E’ un tiro alla cieca per entrambi. Mi affido alla fortuna, ma non faccio scongiuri; non sono superstizioso, come tanti altri atleti.

Contraggo i muscoli, piego leggermente le ginocchia. Mi concentro. Non sento più niente: non una voce, non la presenza degli altri giocatori in campo. Solo io ed il portiere. La porta, dietro di lui, sembra farsi più piccola; mi dico di non lasciarmi intimorire.

Come una scarica elettrica nelle orecchie, mi arriva il fischio dell’arbitro.

E’ il momento.

Scatto sulla gamba destra. Avanzo accompagnato dal suono del mio respiro pesante, che mi rimbomba nel petto. Il pallone è lì che mi aspetta.

Lo tocco di piatto, e mi sembra che il tempo rallenti. Lo accompagno leggermente verso la sinistra, calibrando l’energia fino all’ultima fibra muscolare. Ed eccolo che si solleva, bianco e perfetto.

Lo guardo iniziare la sua elegante traiettoria. Poi, torno di colpo alla comune percezione temporale.

La palla sfreccia.

Il portiere si tuffa a braccia protese.

A destra.

La palla va in porta.

GOOOOL!!!

Un boato si accende dagli spalti della mia squadra. Abbiamo vinto.

I tifosi urlano e saltano, cantano e si abbracciano. Abbiamo vinto.

La mia squadra mi corre incontro, esultando. Abbiamo vinto.

Alzo le braccia al cielo, e grido con tutto il fiato che ho.

“ABBIAMO VINTO!”

 

Chiara Tremaroli

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