Diario di viaggio: Brescia, primo giorno

leonessa Brescia

Arrivo nella Leonessa d’Italia in treno, e constato subito che il soprannome è più che azzeccato: la stazione è una vera giungla; gente dappertutto, decine di pullman in un’incessante andirivieni, bar con prezzi da avvoltoi. L’orario degli autobus è cambiato di recente, perciò vago con aria smarrita senza trovarne uno che mi porti vicino al bed and breakfast. Alla fine, sono costretta a chiamare un taxi.

Il centro storico è molto esteso e, in contrasto con la zona moderna, deliziosamente tranquillo; la auto passa a malapena tra le strade strette e tortuose, forse è per questo motivo che i pullman non si spingono nella zona. Ho scelto un alloggio in via dei Musei, un’elegante lastricato di pietra circondato da edifici antichi. Lascio i bagagli e parto in esplorazione alla cieca; l’obiettivo è raggiungere il cinema entro le cinque, dove proiettano “Il cane giallo della Mongolia”, nel frattempo ho circa due ore da impegnare con quello che troverò. Non percorro neanche trecento metri: a destra spuntano le imponenti rovine del tempio romano Capitolium, a sinistra il museo di scavi archeologici Martinengo Cesaresco. Casualmente, oggi l’associazione dei musei bresciani ha indetto una giornata di visita libera per tutti, così non solo ho tutto a due passi dalla stanza, ma posso anche entrare gratis dove voglio. E neanche lo sapevo! Ero venuta a Brescia per tutt’altra ragione.

Il palazzo Martinengo Cesaresco offre una panoramica di tutte le epoche storiche in cui l’uomo occupò quella zona: scavando nelle fondamenta della villa e dell’area circostante sono stati trovati reperti medioevali, romani e dell’età del ferro; il museo, in particolare, ha scelto di mantenere l’originale sezione verticale in cui giacevano i ritrovamenti: per vederli, occorre scendere gradualmente sottoterra; nel punto più profondo, sopravvivono i resti di un focolare preistorico.

Il Capitolium, al contrario, si innalza verso il cielo; del colonnato d’entrata sono sopravvissuti pochi pezzi di marmo, ma una sapiente ricostruzione in mattoni ha permesso di restaurarne tutta l’imponenza. Passandovi attraverso, sembra di rimpicciolire, è difficile non provare soggezione di fronte al massiccio diametro delle colonne; in particolare, resta sempre il timore che un improvviso terremoto faccia crollare tutto.

Per vedere il film devo correre per un buon tratto; passo in volata attraverso il cuore del centro, dove diversa gente passeggia allegramente tra i mercatini. Di fronte ad un negozio di cake designer devo farmi strada in un corteo di fate e folletti che intrattengono le bambine.

Arrivo al cinema giusto in tempo; più che cinema, sembra lo studio di un collezionista stravagante, una sorta di antiquariato con uno schermo e lampade rosse a ghirigori.

Il film merita di essere visto; non c’è azione, è una sorta di romanzesco documentario sulla vita dei pastori mongoli. Una vera famiglia del posto interpreta il ruolo di se stessa.

Finita la proiezione posso percorrere il centro con tranquillità; le fate di prima hanno terminato lo spettacolo, ne incontro qualcuna mentre se ne va. In una delle piazze c’è molto rumore ed una discreta folla; avvicinandomi, scopro una banda di ragazzi e ragazze che suonano percussioni. Il ritmo è frenetico, coinvolgente, latino; fa venire voglia di ballare; intorno a questa originale orchestra si aggirano dei clown in camice da medico, di quelli che intrattengono i bambini in ospedale. Hanno tutti un cartellino con la scritta: “Per fortuna, non vogliamo soldi!”.

Più tardi una ragazza mi spiega che il gruppo si chiama ApPel, e suona nella provincia di Brescia per conto di associazioni richiedenti; il loro compito è di attirare l’attenzione e divulgare il messaggio richiesto, sia esso pubblicitario o umanitario, attraverso tamburi, maracas e batterie. Questa volta, l’appello è per l’ADMO: a breve partirà la campagna per la donazione del midollo osseo, sono tutti invitati a documentarsi.

Chiara Tremaroli

Link ai video degli ApPel:

http://www.youtube.com/watch?v=TK-LyqoCe4s