Attualità: intervista al Polimarche racing team

Polimarche racing team

Al Politecnico delle Marche, un team di trenta studenti lavora alla costruzione dell’auto da corsa Peacock 1, che correrà per il campionato di formula SAE.

L’officina è spaziosa, ben illuminata; nell’aria c’è un leggero odore di gas e olio di motore. Si cammina con difficoltà tra i macchinari che si trovano un po’ ovunque. Su un paio di tavoli, dei ragazzi lavorano al computer. La capogruppo non è ancora arrivata. Nel frattempo un ingegnere del team, Vittorio D’Alleva, comincia a dare qualche informazione. Sulla teamleader non si sbilancia: descrive una persona precisa, esigente e di polso, adatta a conciliare idee diverse. Poi torna a parlare del progetto.Gli altri sono concentrati sul lavoro: la scadenza è vicina, e c’è ancora molto da fare.

Perché si chiama “formula SAE”?

SAE sta per Society of Automotic Engineering; è anche detta Formula Student. In pratica si partecipa con una piccola auto da corsa, simile ad una Formula Uno ma molto meno potente; la SAE è una società americana che organizza il campionato a livello internazionale, per gareggiare dobbiamo costruire il veicolo da zero. Il nostro si chiama Peacock 1, in onore dello stemma dell’università.

Come è composto il team? Andate d’accordo?

Siamo circa in trenta, tutti dell’università. Ci sono studenti di ingegneria meccanica, di informatica e di economia. In più c’è il docente di riferimento, che nel nostro caso è Amodio, il preside di ingegneria. Ci hanno divisi in sottogruppi per sezione di macchina, quindi c’è un gruppo che lavora sul motore, un altro sul telaio e così via. Quelli di economia si occupano del marketing e di trovare gli sponsor. Quando lavoriamo capita di discutere, perché ovviamente non la pensiamo tutti allo stesso modo, ma sono discussioni costruttive, iniziano e finiscono lì, non si trascinano nel tempo.

In cosa consiste di preciso il progetto? Qual’è il vostro budget?

Dobbiamo progettare, costruire e far correre una macchina partendo dal nulla. Lavoriamo come un’azienda che deve produrre in serie, anche se alla fine facciamo solo un veicolo. L’università ci mette a disposizione 30.000 euro, con gli sponsor siamo riusciti ad averne altri 7000. E’ come se fossimo una piccola impresa, contattiamo le aziende per comprare i pezzi che ci servono e per qualche consulenza tecnica. Alcune si interessano al progetto e ci danno merce gratis, oppure finanziamenti. Una ci ha costruito i cerchi per le ruote su misura, c’è anche scritto “students” a lato.

Come vi siete incontrati, da quanto collaborate?

E’ stata un’iniziativa del professor Amodio. Lui ed il faculty advisor del team di Roma si conoscono, quella di Roma è attualmente la prima squadra italiana di formula SAE. Quest’anno Amodio si è interessato al progetto, e ha chiesto all’università romana di organizzare un incontro esplicativo; alcuni di noi hanno partecipato, e si è formato il gruppo; poi, mentre cominciavamo a lavorare sulla macchina, si sono aggiunte altre persone.

Quindi è il primo anno che ci lavorate?

Sì, l’università di Ancona non aveva mai partecipato al campionato, noi siamo i primi in assoluto. Per questo abbiamo avuto qualche problema burocratico e organizzativo; prima di gennaio non ci hanno fatto entrare in officina. Ora ci è rimasto poco tempo per finire tutto.

In un angolo un po’ appartato dell’officina è sistemato lo scheletro dell’auto: una ragnatela di tubi d’acciaio saldati forma una figura allungata, aerodinamica. All’interno, ci sono solo un sedile ed il motore. D’Alleva fa per proseguire il giro, quando arriva la capogruppo, Martina Lavalle, che lo sostituisce. Con molta calma, riprende il discorso del collega spiegando qualche dettaglio tecnico.

L’auto va completata entro maggio, poi verrà presentata ai giudici di gara. Dobbiamo esibirla come se dovessimo venderla, useremo anche delle slides. E’ obbligatorio fare un cost report, cioè un inventario di tutte le componenti della macchina con relativo costo. Durante la costruzione è obbligatorio seguire indicazioni molto precise, nel senso che il veicolo deve avere determinate caratteristiche per gareggiare. I giudici sono severi su questo punto.

Un esempio di caratteristica? C’è qualche limitazione alla potenza, per esempio?

Sì, più o meno; possiamo usare solo un motore 600, di quelli che hanno le moto. Di solito si prende un motore Ducati, o di qualche altra marca, ma visto che è il nostro primo anno vogliamo farci valere, e abbiamo scelto quello di una Smart. Crediamo che possa funzionare meglio e consumare meno, una caratteristica importante perché anche il consumo di carburante verrà valutato in gara. Ora gli ingegneri informatici lo stanno mappando, per calibrarne la potenza.

Come si svolgerà il campionato? Dove correrete?

Prima di tutto ci saranno prove statiche e dinamiche: controlleranno l’accelerazione, la macchina correrà su un percorso ad ostacoli e su un circuito a tempo. Dovremo essere rapidi ad iscriverci: i posti disponibili sono un’ottantina in Italia, gareggiano i primi che danno il nominativo.

La prima corsa è a Varano, a fine agosto; correremo e registreranno il nostro tempo. Non è un campionato ad eliminazione, quindi possiamo partecipare a tutte le gare che vogliamo: più ci mettiamo in mostra, più le aziende potranno vedere e valutare il nostro lavoro.

Quindi non c’è un premio per il primo arrivato?

No, il campionato serve a dimostrare che sappiamo lavorare come un team e mettere in pratica le nostre competenze. E’ un’esperienza molto formativa, eventuali datori di lavoro la apprezzano. Per questo il progetto della SAE è seguito in tutto il mondo.

Avete già scelto un pilota? Oppure correrete a turno?

Una sera siamo andati ai go kart e ci siamo cronometrati a vicenda. Sono stati scelti quelli che hanno realizzato i tempi migliori.

Parteciperete ad altre corse oltre a quella di Varano?

Ci piacerebbe, ma si pagano 1500 euro per l’iscrizione ad ogni corsa, quindi quest’anno ci limiteremo ad una sola. Dobbiamo risparmiare. Comunque si corre anche all’estero, se nei prossimi anni l’università darà più fondi forse ci riusciremo. In nazioni come la Germania, dove il progetto è più seguito, il budget ha diversi zeri in più del nostro. Loro possono permettersi pezzi delle migliori marche, gareggeranno sicuramente in altri Stati.

In definitiva, siete soddisfatti del vostro lavoro? O pensate di poter ancora migliorare?

Ognuno di noi sta dando il massimo, direi che siamo davvero soddisfatti di come procedono le cose; e poi è il nostro primo anno, dobbiamo darci da fare. Di solito i gruppi alla prima esperienza, senza basi, presentano solo i progetti del veicolo, non riescono a costruirlo in tempo. Noi invece contiamo di finirlo, lavoriamo tutti i giorni in officina.

Magari non saremo preparati come gli ingegneri di Roma, ma stiamo appianando il terreno per chi verrà dopo di noi. Se l’ateneo di Ancona vedrà dei risultati, probabilmente concederà più fondi l’anno prossimo. Almeno speriamo!

Chiara Tremaroli

Per saperne di più, visita anche il sito del Polimarche racing team, all’indirizzo: http://www.squadracorse.univpm.it/